Ci sono le Donne nelle Case rifugio dei Centri Antiviolenza e ci sono gli Sherpa sull’Everest…

6 Aprile 2020/News

Pubblichiamo le riflessioni di una nostra operatrice sull’instancabile lavoro che fanno ogni giorno, anche in questo tempo pieno di incertezze e fatiche, le donne che lasciano le loro case e le loro abitudini per cominciare una vita nuova, libere dalla violenza.

di Elena Bongiovanni

1Ci sono le Donne nelle Case rifugio dei Centri Antiviolenza e ci sono gli Sherpa sull’Everest.
Non puoi trasmettere loro “comuni alternative” per vivere questo momento indefinito. Devi ricordarti le montagne che hanno salito per arrivare a quel rifugio, a quella vetta. Per ricordargliele.
Per far sentir loro le risorse, la forza e le competenze che in un momento come questo stanno già attivando, perché rischiano di non ritrovarsi nella nebbia e non sapere come procedere, perché torna su come un rigurgito la sensazione di doversi proteggere nuovamente, di non poter scegliere, di non riuscire a stare e a progettare.
E’ fondamentale poter cogliere e restituirle il loro saper stare nonostante tutto, il loro andare avanti, il loro osservarsi ed osservare, il loro riadattarsi, un passo dopo l’altro, per sé e per i loro figli, nonostante i carichi imposti e subiti, ritrovando il sentiero che le porterà a spiccare il volo.
Come le aquile.
Stanno, ritrovandosi a vivere nuovamente costrette, come tutti certo, ma con vissuti che riecheggiano prepotenti, perché lo sappiamo: la nostra memoria, il nostro corpo, trattengono tutto quanto abbiamo attraversato e ce lo ripropongono nei momenti più impensabili.

“Sui sentieri dove impiegano meno di una giornata per fare un tragitto che a un umano, per quanto sano e robusto, ne costa tre, diventano una razza superiore, anche se frequentemente sottomessa. Spesso hanno una fascia che passa sulla fronte e regge una gerla con cui portano pesi che noi non riusciamo ad alzare da terra: anche 70 chilogrammi. Muoversi là sopra significa capire a fondo la natura, intuire in anticipo ciò che sta per accadere: nuvole, vento, neve, valanghe, più si sale di quota più non si può sbagliare passo. Di solito non sbagliano anche perché, a differenza di molti sanno quando è il momento di tornare indietro, di cedere il passo a montagne che possono scrollarsi di dosso chiunque nel giro di qualche secondo.
…Quella notte, in quella stessa coda, a 8.500 metri sono morti in quattro: due canadesi, una cinese e un tedesca. Sono morti così: sono rimasti senza ossigeno, sfiniti dal freddo e dalla stanchezza. Succede sempre più spesso. Molti non capiscono quando è il momento di rinunciare, e restano là sopra. Pemba Ongchhu Sherpa è una guida, ha 30 anni, ed è salito sull’Everest cinque volte. Una senza usare l’ossigeno. «Non è stata una scelta», precisa. «A 8.200 metri mi si è rotta la maschera. All’inizio ho pensato di dover rinunciare e mi sono fermato. Poi ho visto che se rallentavo il passo potevo farcela e così sono arrivato alla cima». C’è un modo diverso di salire sull’Everest, e sulle altre vette, per gli sherpa e gli occidentali. E anche di morirci. Fin dall’inizio.
… Tra queste vette e il popolo che abita le loro valli c’è una sintonia profonda e fragile. Noi dovremmo avere più umiltà quando passiamo da quelle parti. Potremmo raggiungere traguardi importanti, forse anche più di quanto non lo sia la cima dell’Everest.
…Non sono nati scalatori ma lo sono diventati per vivere”*.

3Ci sono le donne nelle case rifugio dei centri antiviolenza e ci sono gli Sherpa sull’Everest, ognuna con il proprio enorme cesto carico sulla schiena e dentro la libertà e la forza di poter scegliere, riconoscere e vivere con forza e competenze inimmaginabili questo nostro tempo.

*Stefano Rodi, Il Corriere delle Sera

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