Accanto ai mondi delle donne

2 ottobre 2017/News

UNADJUSTEDNONRAW_thumb_2442A poche ore dalla conclusione della prima giornata e mezza del corso di formazione per operatrici di Centri Antiviolenza, proposto da me.dea in collaborazione con la società di formazione “Io volo”, mi risuonano dentro parole, dati, immagini e riflessioni.
Tra le diverse sollecitazioni delle formatrici e degli interventi, lo sguardo con cui il mondo vede la violenza è davvero molteplice.
Ci sono attorno a noi occhi attenti e “formati”, ci sono sguardi spiazzati o increduli, sguardi che giustificano, che si distolgono, che confondono situazioni, che fingono di non vedere o scelgono di non farlo. Ci sono poi occhi capaci di vedere “oltre” e di comprendere, sguardi che abbracciano e pronti ad accogliere ogni atrocità raccontata, e sguardi che lasciano fagocitare stereotipi ed ignoranza tra parole lette nelle pagine di un giornale: “raptus”, “l’ha uccisa ma la amava”…Dispositivi creati per rassicurare che è un problema lontano o funzionale al giornalista per una migliore impaginazione; sguardi che non si fanno domande o rassegnati e occhi che hanno voglia di crederci e combattere attraverso la sensibilizzazione e il passaggio di occhiali a “misura di rispetto tra uomo e donna”.
Sguardi che decifrano secondo la propria “cultura”: la violenza.
Se ripenso al mio viaggio in Nepal e alle storie incontrate tra la dignità, la spiritualità e l’apertura di un popolo che vive anch’esso di storie e vissuti violenti tra le mura di casa, vedo sfumarsi confini geografici e respiro vite comuni, sguardi simili e riflessioni che fortificano in me la consapevolezza che il giudizio non può accompagnare uno sguardo di vicinanza autentico alla donna vittima.

Mi spiego meglio.
In Nepal ho avuto l’opportunità di incontrare Barbara Monachesi, responsabile del progetto CasaNepal (Apeiron Onlus), che gestisce il Centro Antiviolenza e la casa rifugio per donne vittime di violenza e che mi ha dato qualche informazione sulla percezione della violenza là e sulle tradizioni di quella popolazione.

In Nepal le donne vengono considerate inferiori, sono discriminate in numerosi ambiti della vita quotidiana, vedendosi negati sia l’accesso ai diritti sostanziali (politici, successori, reali, di cittadinanza, familiari) che alle risorse primarie (cibo, istruzione, assistenza sanitaria, opportunità lavorative): sentirsi in colpa del fatto di essere nate donne. Se si ammalano le figlie, i genitori le portano dallo sciamano, se si ammala il figlio la famiglia è pronta ad affrontare le spese del viaggio e ospedaliere. Al figlio viene concesso il lusso di proseguire gli studi, per la figlia il percorso scolastico si conclude nella quinta classe. Se una donna rimane vedova sconta un’esclusione quasi totale dalla comunità. È lei a esserne ritenuta colpevole. Viene accusata di stregoneria, linciata e allontanata per sempre dalla propria casa. Il 73% delle donne subisce una qualche forma di violenza senza che la legislazione preveda adeguate sanzioni per questo tipo di reato. Lividi e ferite su tutto il corpo, tentati avvelenamenti e dolorose bruciature sono alcuni dei segni. Il traffico di esseri umani è un’ulteriore piaga che colpisce soprattutto le ragazze: ogni anno almeno 5000 di loro, dai 9 anni in su, vengono vendute, rapite o attratte con l’inganno per essere destinate al mercato della prostituzione in India. Se tornano per loro ci sono solo vergogna ed emarginazione. Il lavoro di Apeiron si inserisce in questa realtà ponendo sempre al centro la donna e modificando al contempo l’ambiente che la circonda. Ci impegniamo a coinvolgere anche la parte maschile della famiglia e della comunità perché l’intervento sia sostenibile e duraturo. A CasaNepal, aperta nel 2007 per rispondere alle violenze domestiche perpetrate con sempre maggiore intensità, accogliamo donne seviziate, torturate, insultate, vessate, abbandonate, rifiutate, accusate di stregoneria, donne che non hanno mai avuto l’opportunità di scegliere”.

Nel momento in cui una donna si sposa vengono esclusi dal nuovo rapporto i familiari di origine poiché lei dovrà unicamente fare affidamento sul marito e la nuova famiglia; al momento del rituale non viene rilasciata alcune documentazione e questo favorisce la possibilità che un uomo possa in qualsiasi momento far uscire di casa, in modo definitivo e senza possibilità, la moglie. La stessa cosa avviene quando nasce un figlio o una figlia con disabilità. La colpa ricade sulla donna, ritenuta incapace di procreare bene, e entrambi, madre e bimbo, vengono cacciati.
Il giorno della festa della donna eravamo in visita proprio alla casa rifugio. La festa della donna è per loro un momento di danze, preghiere, rituali tutti incentrati sul richiedere che l’uomo possa essere felice insieme alla compagna o alla moglie e che lei possa essere fertile. A CasaNepal era la festa delle donne per le donne, con la possibilità di rivedere la propria famiglia di origine. Qui abbiamo incontrato donne con la voglia di ricominciare e opportunità concrete di farlo, storie, persone, sguardi.

Tornati in Italia, dopo alcuni contatti con la sede italiana di Apeiron, condividendo i progetti, l’impegno e il lavoro dalla parte delle donne vittime di violenza, abbiamo iniziato a lavorare per creare insieme un ponte virtuale, un gemellaggio, una rete che unisca simbolicamente me.dea e Apeiron.
Credo fermamente che porsi nella posizione di conoscere mondi, di stare in ascolto o semplicemente “stare” accanto alle donne, ai loro racconti, non implichi necessariamente il fare chilometri, avere il consiglio giusto da dare o velocizzare tempi presi dalle nostre sensazioni.

“Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla dalle genti appena sfiorate” – Rubén Blade.

donneCredo che accompagnare una donna che dopo uno sforzo coraggioso e spesso disperato decide di contattare un Centro Antiviolenza mi permetta, in qualsiasi parte del mondo, di pormi nel ruolo di una straniera di fronte al mondo di quella donna. Un mondo fatto di una “cultura altra” spesso caratterizzata da rituali differenti, da approcci, visioni dove la violenza può far parte della quotidianità nelle strade e dentro le case. Ma anche e soprattutto di un mondo e una “cultura familiare” di cui non conosco la “normalità”: ciò che lei ha respirato, visto, vissuto, con le sue reazioni, le sue opportunità e i suoi incontri, se non facendo spazio dentro di me alla sua storia.

Tutto questo, il porsi senza giudizio accanto a lei, insieme a una formazione specifica sulla violenza è indispensabile: la conoscenza dei meccanismi della violenza, i linguaggi, le conseguenze e prese di consapevolezza, le influenze culturali e sociali, la conoscenza delle diverse vie (servizi sociali, sanitari, forze di polizia) praticabili legalmente dalla donna sono conoscenze fondamentali. L’importanza di trasmetterle informazioni in modo chiaro, rimandando a lei la nostra totale apertura e presenza di fronte a ogni sua scelta è essenziale per la donna.

Progettazione, fundraising, comunicazione, raccolta e analisi dati, animazione e mantenimento della rete, rapporti con le istituzioni, amministrazione, sono i tasselli imprescindibili del Centro Antiviolenza me.dea che tra donne offre alle donne uno spazio unico di ascolto e possibilità nuove e alla società, oltre a concrete opportunità di ridimensionamento del fenomeno, nuovi occhiali e strumenti per sguardi più attenti.

 

Elena Bongiovanni
socia e operatrice me.dea

 

 

 

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